Cividale del Friuli, 1
Agosto 2004
|
|
Cividale del Friuli (UD)
CAP:
33043 - Altitudine (s.l.m.): 135 m - Abitanti:
11.387 - Superficie: 50,57 Kmq
Arroccata sulle rive del fiume
Natisone, Cividale del Friuli ha sviluppato e mantenuto intatta
nei secoli un'impronta nobile e austera, degna di una capitale
dalla grande importanza strategica, segnata e arricchita dal
passaggio di popoli stranieri. La scelta del luogo per la
costruzione di un "Castrum" fu motivata da ragioni strategiche: si
trovava sul percorso che fin dalla preistoria, snodandosi lungo la
sponda sinistra del Natisone, congiungeva i territori alpini e
transalpini alla pianura.
"Forum Julii" (Cividale) sorse dunque, attorno al 50 a. C., a
difesa delle strade di accesso ad Aquileia. Dell'antico sistema
difensivo cividalese attualmente restano le costruzioni di epoca
patriarcale costituite dalle mura con torrione rotondo e torre
d'angolo sul Natisone di Borgo S. Pietro, tratti della cinta
muraria veneziana sul versante nord dell'abitato e la cinta
difensiva nella zona Est. Durante il restauro di Castello Canussio
sono stati riportati alla luce i resti delle mura romane di
Cividale e di due torri romane. Cividale conserva altresì
moltissime testimonianze artistiche dei tre periodi più importanti
della sua storia: quello romano, quello longobardo (nel 568 d.C. è
occupata dai Longobardi, guidati dal re Alboino, che vi fonda il
primo dei 35 ducati italiani con a capo il nipote Gisulfo) e
quello patriarcale (dal sec. VIII al XIV fu sede del patriarcato
di Aquileia). (Tratto da
www.turismo.fvg.it/) |
Messa per la festa annuale degli
emigranti organizzata dall'Ente Friuli nel Mondo
vedere
anche il servizio >>>
CAMPANE
princìpi
de messe e cjants
la
predicje del Vescul di Udin
leturis e prejeris in
furlan
finâl de messe
une voglade viars les
autoritâts e viars la int presìnt in tal Domo di Cividât
un salût alis siorutis che
'an volut jessi fotografadis
vedere
anche il servizio >>>
CIVIDALE DEL FRIULI - Arte e Cultura
Vasta e complessa è
la storia del Duomo che, nelle sue linee compositive attuali,
pur con notevoli e sostanziali modifiche subite nel corso dei secoli,
rispecchia la costruzione eretta a partire dalla metà del secolo XV.
Nel 1448, infatti, un grave terremoto aveva completamente distrutto la
precedente costruzione che sullo stesso luogo doveva esistere fin dal
737, da quando cioè il Patriarca di Aquileia, Callisto, trasferitosi
da Cormons a Cividale, come tramanda Paolo Diacono, aveva fatto quivi
edificare una chiesa dedicata alla Vergine e, accanto ad essa, quella
dedicata al Battista, contenente il battistero. L'incarico della
ricostruzione della chiesa venne affidato a Erardo da Villaco
(che aveva da poco portato a termine il ponte sul Natisone) ed alla
morte di questi (1453) a Bartolomeo delle Cisterne il quale,
dopo aver progettato una chiesa di tipo gotico-internazionale con
l'interno a tre navate divise tra loro da robusti pilastri capaci di
sostenere alte arcate ogivali, non riuscì a concludere l'impresa (morì
nel 1480) ma eresse almeno la parte inferiore della facciata per la
quale, nel 1465, ordinò a Venezia, a maestro Jacopo Veneziano,
il bel portale maggiore che l'adorna.
La facciata fu ultimata da Pietro Solari detto Lombardo
(1435-1515), chiamato a Cividale nel 1502. Meno decisivo fu il suo
intervento per quanto riguarda l'interno del duomo (da lui comunque
diviso in navate). Infatti nel 1766 Giorgio Massari assunse
l'incarico di ristrutturare l'interno e ne stese il disegno. Alla
morte del Massari, avvenuta nello stesso anno, spettò al suo allievo e
collaboratore Bernardino Maccaruzzi por mano al lavoro, a partire dal
1767, realizzando cinque altari, costruendo la volta a botte nella
navata centrale mentre, per l'avversa decisione dei canonici, non poté
attuare completamente nelle navate laterali il progetto originale che
prevedeva la ricostruzione a tutto sesto dei gotici archi divisori
delle campate, sostenuti alle pareti con gruppi di pilastri
rinascimentali.
All'interno la chiesa conserva alcune interessanti opere d'arte: un
Vesperbild del XV secolo riconducibile a scuola della Germania sud
orientale (statua in pietra arenaria dipinta raffigurante la Pietà,
detta in tedesco "Vesperbild" in quanto immagine sacra intorno alla
quale ci si riuniva di sera a pregare), una Madonna in trono e Santi
del dalmata Matteo Ponzone (Matej Poncun, 1617), una pala di
Antonio Grimani (1619), due tele di Palma il Giovane
(Lapidazione di S. Stefano e Ultima Cena, 1606), una bella pala con
l'Annunciazione eseguita dal friulano Pomponio Amalteo nel 1546
ed inoltre dipinti a fresco e ad olio di Giuseppe Diziani
(1760-1771) in sagrestia.
Pure degni di nota sono, nella navata sinistra, il Monumento funebre
del Patriarca Nicolò Donato dovuto al lombardo Giovanni Antonio di
Bernardino da Carona (1513), uno dei rarissimi esempi di monumenti
sepolcrali del Rinascimento nella regione, ed un Crocifisso ligneo di
grande dimensione (secolo XVIII).
Sul muro interno della facciata, in alto, è collocato il Monumento
equestre di Marcantonio da Manzano, nobile cividalese che cadde il 2
luglio 1671 durante la guerra di Gradisca (o degli Uscocchi). È
scultura in legno laccato di bianco, posta in una nicchia entro un
altarolo in marmo, datata 1621: viene attribuita all'udinese
Girolamo Paleario.
L'altare maggiore contiene uno dei gioielli dell'arte orafa italiana,
la pala d'argento di Pellegrino II, tanto famosa da essere stata
esposta, nel 1953, a Parigi, nella "Mostra dell'arte del medioevo".
Una scritta ed una epigrafe, entrambe a punzone, ci fanno sapere che
fu eseguita durante il patriarcato di Pellegrino II (1195-1202) che,
essendo cividalese di nascita, volle farne dono alla sua città. È un
lavoro imponente (m. 1,02 x 2,03) in spessa lamina d'argento sbalzata
e dorata a fuoco, fissata su una struttura lignea. È costituita da
quattro parti armonicamente fuse tra di loro: il trittico centrale,
due scomparti laterali ed una cornice che racchiude l'intera
composizione.
Nel trittico centrale, tra arcatelle separate da tenui colonnine, sono
rappresentati la Vergine Maria in trono che tiene sulle ginocchia il
Bambino benedicente ed i Ss. Michele e Gabriele. Negli scomparti
laterali, figure di Santi assai venerati in tutto il Friuli. Nella
cornice, in basso, il ritratto di Pellegrino II genuflesso. Ignoto è
il nome degli autori di questo capolavoro di oreficeria: lo stile
veneto bizantineggiante fa pensare ad artisti veneti e forse
addirittura cividalesi o comunque friulani.
Nella navata destra, una piccola porta introduce nel Museo Cristiano
il cui ambiente fu costruito nel 1946: in esso trovano collocazione
affreschi (XI-XV secolo) strappati dal Tempietto Longobardo e montati
su telaio; lastre e frammenti di decorazioni marmoree, la cattedra
patriarcale (opera dell'XI secolo, composta con frammenti erratici di
marmo greco antico, di epoche e provenienze diverse: trono sul quale
ventisei patriarchi, dal 1077 al 1412, ricevettero la solenne
investitura) e due tra i maggiori monumenti della scultura
altomedioevale italiana: l'Ara di Ratchis e il Battistero di
Callisto.
L'Altare di Ratchis è certamente la scultura più conosciuta di
Cividale ed una delle più note di tutto il periodo alto medioevale. È
un parallelepipedo in pietra carsica adorno di bassorilievi su quattro
lati: fu donato, come si rileva da una scritta posta sul bordo
superiore, ad una chiesa di S. Giovanni di Cividale (probabilmente S.
Giovanni in Valle) da Ratchis, figlio di Pemmone, duca del Friuli dal
739 al 744, anno in cui, morto Liutprando, divenne re d'Italia.
L'altare in epoca imprecisata passò nel battistero di S. Giovanni ed
in seguito venne portato nella chiesa di S. Martino di Cividale da
dove recentemente è stato trasferito al Museo Cristiano. È opera
bellissima e di notevole levatura artistica, basilare anzi per la
comprensione di quell'arte che da taluni viene chiamata longobarda o
barbarica e da altri più semplicemente alto medioevale.
Nella facciata anteriore è scolpita la scena della Maiestas Domini,
cioè del Cristo in Maestà, in atto di insegnare, con il rotulo nella
sinistra, fiancheggiato da due cherubini e chiuso nella mistica
mandorla sostenuta da quattro angeli in volo; nella faccia laterale
sinistra è rappresentata la Visitazione, in quella destra l'Adorazione
dei Magi, nella posteriore una semplice cornice a treccia racchiude
due croci con bracci riccamente ornati.
Quando Callisto, alla corte di Sereno, venne eletto patriarca
(730-756), trasferì la sede patriarcale da Cormons a Cividale (737) e
si diede con fervore alla costruzione di monumenti che potessero
abbellire la città. Nacquero così, sull'area dell'attuale duomo, la
Chiesa patriarcale, il palazzo e probabilmente altri edifici che col
tempo andarono distrutti. Di tutto questo complesso oggi non rimangono
che il Pozzo di Callisto ed il Battistero di Callisto, modesta
opera la prima, eccezionale pezzo d'arte, invece, il secondo.
All''inizio il fonte battesimale fu allogato nel Battistero, ma nel
Quattrocento, quando il Duomo fu ampliato e il battistero dstrutto,
passò nella chiesetta di S. Giovanni Battista e quando quest'ultima fu
demolita per far posto al campanile del Duomo, fu trasportato
all'interno del Duomo stesso e posto entro il nicchione che si apre
nella navata destra (1645). Ivi rimase fino al 1940, allorché, per
timore di eventuali danni, fu smontato e portato al sicuro. Nel 1946
fu infine collocato nel luogo in cui ora si vede e ricomposto in
maniera tale da riprendere, per quanto possibile, il presunto aspetto
originale, con l'integrazione di lastre marmoree per le parti mancanti
e dei gradoni all'interno della vasca: tutti i pezzi aggiunti,
ricavati da antichi marmi greci, portano incisa la data MCMXLVI ad
evitare ogni possibile confusione. Non è stata invece rifatta la
copertura, non essendo rimasta alcuna documentazione relativa alla sua
condizione originaria.
Il Battistero si presenta nell'insieme elegante, agile e ritmicamente
armonioso, per il felice rapporto ottenuto fra le due parti di cui si
compone. Quella inferiore, ottagonale, a forma di vasca con tre
gradini discendenti, serviva per il battesimo ad immersione.
Il parapetto presenta soltanto due facce scolpite all'esterno,
denominate l'una Paliotto di Sigvaldo e l'altra Lastra di S. Paolino,
mentre all'interno è del tutto privo di decorazioni. Dal parapetto si
alzano otto colonnine (probabilmente di spoglio), di marmo greco, con
capitelli corinzi che sostengono il tegurio ad archetti, recante su
sette delle otto facce interessanti decorazioni a bassorilievo ed
iscrizioni che ricordano il patriarca Callisto e le sue benemerenze.
Di eccezionale valore il Tesoro del Duomo che consta di alcune
oreficerie veramente eccezionali per fattura e preziosità: da
ricordare - oltre alla grande Croce di Pellegrino II del secolo
XIII-XIV, esposta in Duomo - alcuni pezzi visibili solo su richiesta,
come il calice con patena di arte ottoniana della prima metà del
secolo XI, in argento ricoperto da uno spesso strato d'oro, con le
figure degli Evangelisti incise a bulino sul piede svasato del calice;
la coperta dell'Evangelario dell'Epifania, in argento sbalzato e
dorato, con la raffigurazione della Crocifissione, opera di bottega
cividalese del XIII secolo; il busto reliquiario di S. Donato, in
argento dorato e sbalzato, smalti e paste vitree, lavoro insigne
dell'orefice Donadino di Brugnone, eseguito nel 1374 per custodire il
cranio di S. Donato protettore di Cividale, elegante e sontuoso
prodotto di oreficeria già elencato tra i capolavori della città dalle
monache cividalesi del Cinquecento; una singolare pisside in noce di
cocco, entro ingabbiatura d'argento, con rivestimento interno in oro
sbalzato, di bottega tedesca del XIV secolo; una pace del XV secolo in
avorio, prodotto d'arte fiamminga, ed un'altra pace, eseguita per
conto del patriarca Grimani nella maniera dell'orefice Tiziano Aspetti
alla metà del secolo XVI, in argento e rame dorati, oro e pietre
preziose, con al centro una formella in argento dorato con la
Deposizione, un cammeo in alabastro con la testa del Redentore nella
cimasa e, nello zoccolo, un più antico cammeo in sardonica orientale
traslucida del V secolo raffigurante Daniele orante vestito alla
persiana tra i leoni.
Nella grande piazza che fiancheggia il duomo, si ammirano il
cinquecentesco palazzo de Nordis, già sede museale, ora in fase
di ristrutturazione, e il palazzo dei Provveditori, costruzione
imponente che chiude uno dei lati della piazza: nato da un progetto di
Andrea Palladio, fu co struito tra il 1565 ed il 1596.
Si sviluppa su due piani, divisi in senso orizzontale da una tenue
cornice marcapiano: nella parte inferiore, nove arcate, poggianti su
robusti e grevi pilastri, immettono nel sottoportico. In quella
superiore, la parte centrale porta tre ampie finestre centinate,
mentre quelle che le affiancano in doppia serie sono rettangolari e
separate l'una dall'altra da paraste. Tra le varie sculture e lapidi
inserite nella facciata, vanno ricordati i busti dei Provveditori
Santo Contarini (1589) e Andrea Pisano (1609).
Dal 1990 il palazzo è sede del Museo Archeologico Nazionale, la
cui fama è affidata soprattutto ai notevoli reperti longobardi in esso
custoditi ed al nutrito fondo di preziosissimi codici miniati.
Nelle sette sale del pianterreno sono esposti soprattutto frammenti di
cippi funerari e di are, lacerti musivi, materiale lapideo proveniente
da Cividale e da altre località friulane, dall'Istria e dalla
Dalmazia, risalenti al periodo romano e longobardo e, in minor misura,
a quello romanico, gotico e rinascimentale.
Tra i pezzi di maggior suggestione, nella sala II alcuni mosaici
pavimentali con eleganti motivi geometrici (secolo I d.C.) ed un
grande mosaico a lesene bianche e nere con la raffigurazione di una
divinità acquatica variamente identificata in Oceano oppure nel fiume
Natisone.
Nel cortile interno del Museo materiali lapidei vari dal XII al XVII
secolo, con una interessante serie di iscrizioni ebraiche.
Nel piano nobile è esposto, in eleganti vetrine in sette sale,
prezioso materiale relativo all'epoca longobarda, proveniente da
Cividale o da altre località del Friuli.
Nella sala A quattordici vetrine con corredi funebri (spade, fibule,
collane, monete, braccialetti, croci, ecc.). Particolarmente
importante, nella vetrina 10, il corredo della tomba del così detto "guerrieroorefice",
con strumenti di lavoro unici nel loro genere (secolo VII) e, nella
vetrina 1, un codice membranaceo del IX secolo con la trascrizione
della Historia Langobardorum di Paolo Diacono.
Nella sala B sette vetrine soprattutto con armi di offesa e finimenti
per cavallo; nella sala C otto vetrine con oggetti femminili (collane
in pasta vitrea, pettini in osso) e altro, tra cui il così detto
dischetto del Cavaliere, in lamina d'oro, con decorazione a intreccio
nel bordo e bassorilievo con cavaliere armato al centro, preziosissima
oreficeria del secolo XVII proveniente dagli scavi della necropoli di
Cella di Cividale; nella sala D è collocato il celebre sarcofago di
Gisulfo, trovato nel 1874 in piazza Paolo Diacono, contenente oltre ai
resti del ducato longobardo i preziosi oggetti d'oro ora esposti in
una bacheca: una croce d'oro con teste punzonate (volti a pera con
chiome fluenti) alternate a nove gemme incastonate, uno degli oggetti
più raffinati dell'oreficeria longobarda, preziosissimo per il
materiale adoperato e per la perfezione del lavoro; un anello d'oro;
una fibula a passante, splendida, con un grosso coloratissimo uccello
ed uno stilizzato albero in smalto inseriti entro un riquadro aureo.
Nella sala E venti vetrine con materiali soprattutto provenienti dalla
ricchissima necropoli di S. Stefano in Pertica presso Cividale (croci,
anche eccezionali per bellezza e fattura, armi, fibule, placche,
guarnizioni, ecc., esposte nelle bacheche 1-8 e 15) ma anche da altre
località, quali Orsaria, Azzano di Ipplis, S. Mauro e Firmano di
Premariacco, Romans d'Isonzo, S. Salvatore di Maiano, Andrazza di
Forni di Sopra, Erto, ecc.
Nella sala F otto vetrine ancora con fibule e gioielli in oro,
argento, pietre dure (croci, collane, ecc.), che insieme con quanto
esposto nelle precedenti sale concorre a definire un quadro
sufficientemente preciso della quotidiana vita della gente cividalese
e friulana nei secoli VI-VIII e permette di ricostruire fin nei minimi
particolari i molti aspetti della civiltà longobarda. È materiale
reperito nel corso di organici scavi effettuati dall'inizio del secolo
XIX fino ai nostri giorni.
Nella sala G tre vetrine con testimonianze archeologiche varie ed
altre tre con capolavori della miniatura e dell'oreficeria. Nella
vetrina 4 è esposto il Salterio di S. Elisabetta, codice di
rara bellezza, miniato in maniera accuratissima tra il 1200 e il 1271
da almeno quattro artisti (c'è una qualche diversità di esecuzione)
appartenenti alla scuola turingiosassone, in cui confluiscono
caratteri propri della miniatura francese, bizantina e anche inglese
dei secoli XII e XIII. Fu eseguito per le nozze di Sofia di Sassonia
con Ermanno, langravio (cioè conte e feudatario) di Turingia, padre di
Lodovico, sposo a sua volta di Elisabetta d'Ungheria, poi divenuta
santa.
Secondo un'antica tradizione, che gli studiosi pensano possa anche
aver fondamento, S. Elisabetta, che era nipote del patriarca di
Aquileia Bertoldo di Andechs, lo donò nel 1220 al capitolo del duomo
di Cividale. Eccezionali, all'inizio del codice, le miniature del
calendario, con gustose scenette realistiche a illustrazione dei segni
dello Zodiaco e con relative scene di santi o festività liturgiche.
Nella vetrina 5 è esposto l'Evangelario di S. Marco,
antichissimo, della fine del V o dell'inizio del VI secolo, con
scrittura onciale. La leggenda vuole sia stato scritto addirittura
dall'evangelista Marco, così che tutti i grandi personaggi venuti in
Friuli, a cominciare da Carlo Magno, pare abbiano voluto apporvi la
loro firma (ma si pensa che le più antiche siano apocrife). Le firme
illustri, in latino, tedesco e slavo, sono comunque molto numerose. Il
codice, già in possesso del monastero di S. Giovanni in Tuba al Timavo,
passò dapprima al monastero della Beligna, nel IX secolo alla basilica
di Aquileia e, dopo il 1418, al capitolo di Cividale.
Nella vetrina 6, infine, è esposta la celebre Pace del Duca Orso, in
avorio inciso e argento sbalzato e dorato, uno dei più significativi
oggetti di oreficeria longobarda, eseguito circa l'anno 800. Forse in
origine era la copertina di un evangelario, trasformata in seguito in
"Pace" (cioè lastra che veniva offerta durante le cerimonie al bacio
dei fedeli) e come tale adoperata fino al XVI secolo. Prende il nome
dalla scritta "Ursus dux", che compare due volte nella croce; il duca
Orso si crede essere stato duca di Ceneda, nipote del duca Pemmone di
Cividale e cugino del re dei Longobardi Ratchis. La parte in avorio
reca il Cristo crocifisso con ai lati della croce la Madonna e
Longino, Giovanni e il portaspugna. In alto, entro patere, le
raffigurazioni simboliche e personificate del sole e della luna.
Chiude la scena una cornicetta con motivi di foglie d'acanto. La
lamina d'argento sbalzato, che viene ritenuta più antica, presenta tra
fini motivi ornamentali una serie di rosoni ed è impreziosita da
grosse gemme incastonate. Molti altri sono i codici miniati che il
Museo possiede e che verranno esposti nel vicino cinquecentesco
Palazzo de Nordis, che per un secolo ha ospitato il Museo e che
attualmente è sottoposto a lavori di ristrutturazione che lo
trasformeranno in seconda sede museale.
Tra i codici miniati non esposti, vanno ricordati almeno il Salterio
di Egberto, con trentanove miniature a piena pagina e ben 155 piccole
iniziali miniate, appartenenti alla scuola di Reichenau, il più
importante centro della miniatura ottoniana della seconda metà del
secolo X; il Breviario Francescano del XIV secolo, con elegantissime
miniature della scuola di Jean Pucelle, francese; un Antifonario
miniato dall'udinese Giovanni de Cramariis alla fine del XV
secolo; lo splendido Pontificale Grimani, del XVI secolo, con
miniature di Francesco Salviati.
Verranno pure esposti numerosi pregevoli dipinti: tra essi una
piacevole tavoletta con l'Adorazione dei Magi, datata 1402, già nel
Tempietto Longobardo, attribuita allo sconosciuto pittore Gubertino
da Cividale; due dipinti di Pellegrino da S. Daniele, un
trittico del 1501 e l'imponente pala dei Battuti, eseguita tra il 1525
ed il 1529 per la chiesa di S. Maria dei Battuti, capolavoro del
pittore: nella parte centrale, suggestiva veduta di Cividale; una tela
di Giovanni Antonio Pordenone raffigurante l'incontro di Cristo
con la Maddalena (Noli me tangere, ca. 1534), eccezionale per gli
impasti cromatici; dipinti di Paolo Veronese (Madonna con
Bambino e S. Rocco, 1584), Pietro Damini, Bernardino Blaceo (S.
Valentino e S. Giacomo, 1569), Francesco Zugno, Giuseppe Diziani,
ecc. Saranno visibili anche sculture lignee dorate e dipinte: tra esse
le due statue lignee della Madonna e di S. Giovanni, già nel Tempietto
Longobardo, che costituiscono un unicum in Friuli per datazione (XII
secolo) e qualità di esecuzione.
Da ultimo, preziose oreficerie dal XIV al XVIII secolo ed il più
celebre ricamo del Friuli, il velo della Beata Benvenuta Boiani, del
XIV secolo, che la leggenda vuole sia stato ricamato di notte, alla
luce della luna e con l'aiuto degli angeli, dalla stessa Beata, monaca
domenicana e fondatrice del convento di Cella a Cividale. È un ricamo
in bianco, su tela di lino sottilissima (che misura ben metri 4,76 x
1,55) raffigurante una Crocifissione, un'Annunciazione e figure di
Santi. In origine era usato come superfrontale e, posto sopra l'altare
in luogo della pala, per le sue trasparenze produceva l'effetto di una
vetrata. Ha subìto un'accurato restauro alcuni anni fa ed è stato
rintelato in modo tale da non essere purtroppo del tutto godibile se
non in una "finestrella".
Tempietto Longobardo.
Dalla piazza del Duomo, con una breve passeggiata attraverso una delle
parti più suggestive di Cividale, si giunge al Tempietto Longobardo,
monumento di grande prestigio in virtù dell'eccezionalità delle opere
d'arte in esso custodite, tanto che per molti il nome stesso della
città idealmente si identifica con quello del Tempietto Longobardo.
Eppure ancora fitto è il mistero che circonda il piccolo edificio. Ne
sono ignote sia l'originaria destinazione, che la struttura primitiva
e le maestranze che vi operarono. Il nome stesso di "Tempietto
Longobardo" è improprio, giacché tempietto non è e l'appellativo
"longobardo" va riferito all'epoca della sua costruzione, non già
all'appartenenza dei suoi artefici a quel mondo artistico. Improprio,
d'altra parte, è anche il titolo di "oratorio di Santa Maria in
Valle", acquisito allorché l'edificio divenne il fulcro del convento
benedettino di Santa Maria in Valle.
Cosa certa è, invece, che costruzione e decorazione in stucco e a
fresco furono eseguite poco dopo la metà dell'VIII secolo, verso il
760. Nei primi anni del XVIII secolo il Tempietto cessò dalla sua
funzione di cappella viva del monastero e fu quindi adibito a sala
capitolare del convento stesso; alla fine dell'Ottocento le monache
donarono il Tempietto alla comunità di Cividale (1893) ed in tale
occasione fecero costruire il passaggio pensile, sul greto del
Natisone, che tuttora porta dalla piazzetta di S. Biagio all'ingresso
dell'edificio, in modo che i visitatori per accedervi non fossero
obbligati a passare attraverso gli ambienti di clausura.
Nel corso dei secoli il Tempietto fu più volte "ristrutturato": ne
fanno fede soprattutto gli affreschi che ne decorano (o ne decoravano,
visto che molti di essi sono stati recentemente strappati ed esposti
nel Museo Cristiano e nel Museo archeologico) le pareti: affreschi che
vanno dall'XI alla fine del XIV secolo circa.
L'edificio consta di un corpo centrale (esternamente a pianta
quadrata, a debole croce all'interno) e del presbiterio a tre absidi,
di cui la centrale più ampia.
La volta è a crociera nell'aula, a botte nelle absidiole. Architravi
monolitici di età romana sostenuti da colonne binate di spoglio con
capitelli corinzi separano le navatelle, mentre un'iconostasi con
plutei lisci delimita la zona dell'aula dal presbiterio.
È nella parete d'ingresso (quella occidentale) che si può, sebbene
parzialmente, ammirare l'originaria decorazione del Tempietto: di essa
infatti sono rimasti in buono stato di conservazione gli eccezionali,
celeberrimi stucchi e qualche affresco purtroppo abraso e pertanto
malamente leggibile, tale tuttavia da poter essere ancora valutato a
sufficienza.
La decorazione a stucco (composto di gesso, calce e polvere di marmo)
si svolge su due registri. In quello superiore due fasce orizzontali,
lavorate con motivo a stilizzate rosette profondamente incise, con
cavità al centro un tempo riempita con pasta vitrea (solo in alcune
visibile), delimitano uno spazio nel quale trovano posto le sei Sante
in altorilievo addossate al muro, affiancate in gruppi ternari, a
destra e a sinistra di una monofora cieca, adorna di un archivolto,
anch'esso in stucco con finissimo motivo simile ad una trina,
poggiante su due colonne sormontate da capitelli corinzi.
Nel registro inferiore una mirabile fascia lavorata a giorno corre con
funzione decorativa attorno alla lunetta del Cristo Logos in affresco.
Elemento principale dell'ornamento è il bel tralcio di vite a spirale
con grappoli e pampini racchiuso entro doppia cornice terminante con
bordi a ovuli e sferette di vetro verde (nel la maggior parte non più
esistenti) al centro.
Negli ultimi restauri sono stati rinvenuti ulteriori frammenti di
stucco, ciò che ha dato credibilità all'ipotesi, già da lungo tempo
formulata, che una decorazione simile a quella della parete d'ingresso
si dovesse avere anche nelle adiacenti settentrionale e meridionale.
Le sei statue femminili sono state ritenute figure di sante e per
quattro di esse è stato formulato il nome: si tratterebbe delle
martiri Chiona, Irene, Agape e Sofia. La loro identificazione,
comunque, è tutt'altro che sicura.
Le eleganti figure, fortemente allungate e chiuse entro vesti
impreziosite da motivi decorativi diversi per ciascuna di esse, hanno
una solenne ieraticità e sebbene richiamino alla memoria teorie di
sante proprie del mondo musivo bizantino, da quelle si discostano per
un accenno di realismo visibile nella pur stilizzata modellazione e
per la nuova caratterizzazione dei volti. Per quanto riguarda la
datazione, non v'è dubbio che tutta la decorazione in stucco sia da
situarsi all'epoca stessa in cui fu costruito il Tempietto, cioè
appena oltre la metà del secolo VIII. Gli affreschi originari,
databili al 760 circa, sono ridotti a pochi episodi: il Cristo Logos
tra gli Arcangeli Michele e Gabriele e alcuni martiri (resti di una
teoria che correva almeno in tre pareti) nella parete d'ingresso, e un
Sant'Adriano in quella settentrionale: elementi comuni e peculiari in
tutti sono la fissità delle posizioni, i tratti espressionistici dei
volti, l'uso di terre verdi per creare effetti chiaroscurali.
Un altro monumento di un certo interesse è il così detto Ipogeo
Celtico, uno strano ed umido cunicolo sotterraneo (scavato nella
roccia che fa da sponda al Natisone sotto un'abitazione di via
Monastero Maggiore) che si sviluppa con diramazioni a forma di K.
Brevi corridoi irregolari su piani diversi, cui conducono rozze scale
e nei quali si aprono nicchie pure irregolari; alcuni mascheroni
dall'aspetto grezzo e primitivo contribuiscono ad accrescere
l'atmosfera di mistero che grava sul luogo. Alcuni infatti hanno
supposto che possa trattarsi di arte funeraria celtica, per altri
invece il sito non sarebbe stato altro che un carcere romano.
Da vedere anche il Ponte del Diavolo che, gettato sul fiume
Natisone, con due campate ed un unico pilastro poggiato su un masso
naturale esistente in mezzo al fiume, è un po' il simbolo della città
di Cividale. Risale alla metà del Quattrocento, fu progettato
dall'architetto lombardo Jacopo Daguro da Bissone (1442) ma
ultimato dieci anni più tardi dal capomastro Erardo da Villaco.
Distrutto nel 1917, all'epoca della disfatta di Caporetto, venne poi
rifatto dagli stessi Austriaci così com'era, grazie ai rilievi
esistenti, e arbitrariamente completato più tardi (1939) con il
parapetto che lo deturpa.
È una costruzione molto ardita, parecchio alta sul letto del fiume, e
prende il nome di "ponte del Diavolo" da una leggenda, per altro
diffusa in varie regioni d'Italia, che lo vuole costruito in una sola
notte dal Diavolo in cambio dell'anima di un cividalese (il quale
però, grazie ad un gustoso imbroglio, poté sottrarsi al Maligno).
Tra le chiese minori, S. Biagio, del secolo XV, fa intravvedere
in facciata i resti degli affreschi stesi nel 1506-8 da Gian Paolo
Thanner; ha portale goticheggiante (c. 1488) fatto da Biagio de
Meritis e Toni de Lochya, una statuina di S. Biagio del
1467 di tale Domenico di Zucco, affreschi di pittura
duecentesca e trecentesca nella navata e soprattutto nella cappella di
S. Biagio, il cui cupolino ha dodici settori con storie della vita del
Santo (maestro provinciale, seconda metà del XIV secolo).
Nella stessa cappella, affresco con S. Biagio (XV secolo) e bella
serie (in parte malandatissima) dei Mesi nello zoccolo. Nel
presbiterio pala d'altare del 1507 del pittore cividalese Pietro
Miani (S. Biagio in trono) con predella dipinta da Secante
Secanti (Martirio di S. Biagio, inizio secolo XVII) e, nel
lunettone, Annunciazione di Marco Vecellio (1604).
La Chiesa di S. Francesco, costruita a partire dal 1284, ha
facciata a capanna e bella parte absidale che s'erge sulla roccia a
picco sul Natisone. L'interno è a croce latina con tre cappelline
absidali coperte di gotiche crociere. Ora è adibita ad auditorium.
Del vasto ciclo decorativo di affreschi trequattrocenteschi che
coprivano larga parte delle pareti della chiesa, senza un organico
schema, ben poco è rimasto. Tra le cose più belle, gli affreschi del
transetto di destra (con le figure dei Ss. Ludovico da Tolosa, Maria
Maddalena e Lorenzo diacono) e la Crocifissione tra le due finestre
dell'abside, forse l'affresco più conosciuto: opere tutte di maestri
riminesi della prima metà del secolo XIV. Non mancano, nella chiesa,
affreschi di scuola emiliano- friulana della seconda metà del Trecento
o dell'inizio del Quattrocento.
Molto gustosi, per l'ingenuità della composizione, per i colori
festosi, per la morbida linea di contorno, per la fresca narrazione,
gli ancora sconosciuti affreschi trecenteschi con scene della vita di
S. Francesco conservati in sagrestia, dove esistono affreschi anche
del comasco Giulio Quaglio (Castigo di Ozia travolto dal carro
per aver toccato l'arca dell'alleanza, Mosè, Davide nel soffitto; S.
Francesco, S. Bonaventura e la SS. Eucarestia nelle pareti; figure di
pontefici entro la decorazione a stucco, 1693).
Nella Chiesa di S. Giovanni Battista (ristrutturata nel secolo
XVIII ad opera dell'architetto Luca Andrioli), affresco del
soffitto di Giuseppe Diziani (1771), pala del bolognese
Ercole Graziani (1750) nell'altare maggiore (Assunta, S. Giovanni
Battista, S. Giovanni Evangelista), dipinti di Palma il Giovane
(1608, Cristo Crocifisso tra la Beata Benvenuta Boiani e S. Orsola),
Pier Antonio Novelli (S. Michele Arcangelo, S. Benedetto e S.
Chiara, secolo XVIII), Francesco Pittoni (S. Andrea, secolo XVIII),
Giuseppe de Gobbis (S. Scolastica, S. Benedetto e S. Brunone, secolo
XVIII).
Anche la Chiesa di S. Giovanni Xenodochio è ricca di opere
d'arte anche se le più note, S. Rocco e Madonna con Bambino, sono
state portate al Museo Archeologico; sono opera di Paolo Veronese
e risalgono al 1584.
Altare con statue di Giacomo Contiero, (secolo XVIII), belle
grate in ferro battuto, quadri di maniera sulle pareti laterali del
coro, soffitto dell'aula con riquadri in tela dipinti da Palma il
Giovane (inizio secolo XVII), soffitto della sagrestia con tela
(ora al Museo) di Francesco Zugno (Gloria di S. Giovanni
Battista).
Mobile di sagrestia, splendido, di Matteo Deganutti
(1712-1794).
Nella Chiesa di S. Martino pala attribuita a Nicola Grassi
(S. Martino dona parte del proprio mantello al povero) e statue
dell'altar maggiore (Ratchis e Anselmo) di Giacomo Contiero
(secolo XVIII); in S. Pietro ai Volti bel dipinto di Palma
il Giovane (1607, Redentore risorto tra i Santi Sebastiano e
Rocco), di Gaspare Diziani (la Madonna adorata da quattro frati
cappuccini, 1735-40), di Antonio Dugoni (Addolorata, 1847-48);
in S. Silvestro affreschi dell'udinese Pietro Venier del
1705 e del 1918 (Francesco Barazzutti).
Interessante anche la Chiesa di S. Giorgio in Vado, nella
frazione di Rualis, risalente al XIII secolo, con diversi affreschi
sulle pareti dell'aula, del presbiterio e della sacrestia. Sulla parte
sinistra dell'aula, sopra brani di affreschi del XIII secolo, una
notevole rappresentazione del Martirio di S. Tomaso Becket di anonimo
pittore della fine del '300 cui appartengono anche altre due opere: un
S. Giorgio e un angelo che presenta un fedele inginocchiato.
Tra gli edifici civili, notevoli il Palazzo Comunale, costruito
nel XV secolo e più volte rimaneggiato fino ad assumere, ad opera di
un restauro del 1934, il piacevole aspetto odierno (la parte
modernissima - 1968-72 - è dovuta al progetto di Gianni Avon);
Palazzo Boiani, rinascimentale, con balcone abbellito da
testine in pietra di Benedetto degli Astori (ca. 1525);
Palazzo Stringher-Levrini con facciata affrescata dell'inizio del
secolo XVI (pitture attribuite a Marco Bello); Palazzo
Brosadola, con ottimi affreschi del cividalese Francesco
Chiarottini (1785), autore anche della decorazione della Villa
Foramitti Moro.
Da ultimo conviene ricordare la Piazza Paolo Diacono, spazio
suggestivo sul quale si affacciano case con facciate decorate a
fresco, una Casa medievale sulla via che porta al Tempietto
Longobardo e i tre Monumenti a Giulio Cesare (in piazza del Duomo,
copia dell'originale traianeo ora in Campidoglio a Roma), ad Adelaide
Ristori (1916, scultore Antonio Maraini) ed alla Resistenza (Luciano
Ceschia, 1975).
Informazioni tratte da:
GUIDA ARTISTICA DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
(a cura di Giuseppe Bergamini
)
dell'Associazione fra le Pro Loco del Friuli-Venezia Giulia
http://www.prolocoregionefvg.org
|